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Scritto on 29 Gen 2015 in In evidenza, Triathlon | 0 commenti

Gianni Sasso: impossible is nothing

Gianni Sasso: impossible is nothing


Su quotidiano di Ischia Il Dispari, le foto di Lucia De Luise e la penna di Pasquale Raicaldo, raccontano la prossima sfida di Gianni: Rio 2016. Due ore piene scatti, parole, di passione per lo sport..e di fatica.

Un orgoglio per l’Isola d’Ischia, quello di Gianni (atleta della Federazione Italiana Triathlon tesserato Cicliscotto) è l’esempio e il messaggio quotidiano per chi pensa di non potercela fare: mai mollare…mai! Di seguito il testo integrale dell’intervista.

Siamo stati in piscina con l’atleta amputato. Per “battezzare” la sua nuova sfida:

Gianni Sasso: Impossible is nothing

Missione Paralimpiadi: si parte

di Pasquale Raicaldo. «Sai qual è la vera sfida? Far apparire tutto naturale. Perché l’handicap non è un ostacolo: lo, piuttosto, è il modo di viverlo». Prima di tuffarsi nell’acqua della piscina comunale di Ischia, Gianni Sasso sintetizza, con il sorriso sulle labbra, la sua filosofia. Parole profonde come la sua passione per lo sport, che continua a declinare attraverso mille discipline. A unirle, una sottile linea rossa: la voglia di perfezionarsi e di stupire, di rappresentare un’icona anti auto-commiserazione, di coltivare un sogno dopo l’altro. E il prossimo si chiama Paralimpiadi. «Sarei il più anziano atleta di sempre in una disciplina motoria, il paratriathlon: arriverei a Rio de Janeiro a quarantasette anni. Gareggiando contro ventenni». Non c’è spazio per le scaramanzie, quando talento e abnegazione costruiscono le imprese: a lui, rimasto senza una gamba nel marzo del 1986, quando la vespa sulla quale viaggiava fu travolta da un’auto, è riuscita quella più sensazionale. Vivere come se l’ostacolo davvero non esistesse, raggiungere la vetta con fatica e dedizione in tutti gli sport nei quali si è cimentato. «Sacrifici? Tantissimi, certo. – ci confida, mentre sistema la cuffia e va a divorarsi la corsia numero tre, ospite dell’Ischia Marine Club – Ma gli obiettivi e l’ambizione di conquistarli è più forte di ogni cosa».

piscina_cesenaticoIl paratriathlon, la prossima sfida, è senz’altro la più proibitiva. Perché abbina le fatiche di ciclismo e corsa al nuoto, uno sport nel quale il foriano più ammirato d’Italia è chiamato a immediati progressi.
Il cammino verso il Brasile è un percorso ad ostacoli: il primo in Sudafrica, il primo marzo. Poi, la Sunshine Coast, in Australia. E ancora: Madrid il 10 maggio, Yokohama il 16, Londra il 20 maggio. Francia, Svizzera, Italia e, il primo agosto, la prova generale: un testo olimpico a Rio de Janeiro. A un anno dalle Olimpiadi, sarà un appuntamento da brividi. «Devo ottenere il massimo ad ogni appuntamento: solo così posso ambire a qualificarmi alle Paralimpiadi».

L’antivigilia in piscina, dove arriva a trovarlo Michele Scotto D’Abusco («un preziosissimo alleato per me: mi dà un contributo fondamentale», racconta Gianni), è la sintesi di chi non si ferma un attimo: veloce come un treno, neanche un mese fa era in Messico, portabandiera della Nazionale di Calcio per amputati. «E’ stata un’esperienza meravigliosa» racconta. «Potevamo fare di più, ma era la nostra prima esperienza e certe sensazioni ce le porteremo dentro a lungo». Suo, peraltro, il primo gol dell’Italia, quello che – proprio contro i padroni di casa del Messico – spianò agli azzurri la qualificazione per gli ottavi, un pass per la gara – poi persa al fotofinish – contro Haiti.
italiagermania2«In Italia abbiamo ancora molte difficoltà affinché emergano gli sportivi con disabilità. E’ una questione di cultura, e di sponsorizzazioni. Altrove, in Turchia e in Uzbekistan, il calcio per amputati è uno sport seguitissimo, per esempio. E chi gioca guadagna anche. Noi siamo andati in Messico grazie all’aiuto economico della Spal e di un main sponsor, e alla sensibilità del CSI. Altrimenti…».

Ci sono storie che si raccontano da sole, sorrisi che le sintetizzano, risultati che le esaltano. De Coubertin sosteneva che l’importante è partecipare. E alle volte, partecipare non è mica semplice. Non lo è, se non hai una gamba. Non lo è, se un incidente ti priva dell’adolescenza che hai sognato, della carriera da calciatore predestinato che tutti pronosticavano con certezza.
«Non mi sono mai chiesto come sarebbe andata se non fosse accaduto. Non me lo sono chiesto perché ritengo che quello che facciamo sia regolato da una forza, non so neanche se definirlo destino. Dio? Credente, ma non praticante. Ho viaggiato molto e amo le culture, le filosofie e le religioni che assegnano alla natura una forza quasi sovrannaturale, come se quel che accade non accade per caso. Ecco, senza quell’incidente non so che persona sarei. Ma sono contento di essere quello che sono, di godermi le gioie della vita, di migliorarmi ogni giorno attraverso le mie sfide, una dopo l’altra. Io un simbolo? Non so, non mi è piaciuto ritenermi un’icona. Ma se quel che faccio serve a spronare persone con grandi problemi, ben più grandi del mio, allora lo farò con ancora maggiore tenacia».
E’ tutto qui, Gianni Sasso da Forio: uno che gira il mondo e che si preparerà a Piacenza («Un freddo cane ieri l’altro, quando andavo in bici: Ischia è un’altra cosa»), perché l’aria di casa distrae e in bici, sulle strade ischitane, finisce che ti buttano per aria. Uno che ai record dovrebbe essere abituato (alla Maratona di Chicago, nel 2009, stupì tutti: a quella di Amsterdam nel 2012 riuscì anche a superarsi), non fosse che ai record non ci si abitua.

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Sprigiona forza dalle spalle sovrasviluppate, mentre con l’unica gamba mantiene la direzione nella corsia, e tutt’intorno lo guardano rapiti, non già con il pietismo di chi osserva un fenomeno da baraccone, ma con l’ammirazione sincera di chi gli invidia forza d’animo e volontà.
«Non ho mai gradito che i ragazzini, soprattutto i più piccoli, mi guardassero con curiosità, come a dire: “Guarda, quello non ha una gamba eppure corre, gioca a calcio, va in bici, nuota”. Ho sempre preferito, piuttosto, che si comprendesse come quell’handicap neanche lo calcoli. Perché non mi ferma, davvero. Ci sono handicap psicologici più forti dell’avere una gamba amputata. Il segreto è vivere la vita con gioia, apprezzandola. Sempre e comunque. Ripeto: io non ho mai rinunciato a nulla. Grazie a una famiglia forte, ai miei amici. Alla voglia di superare ostacoli che nella realtà non esistono. Compresi i pregiudizi. Ecco, il messaggio più forte può essere questo: bisogna imparare a vivere affrontando le difficoltà con la consapevolezza che è possibile superarle. Credendo in se stessi».
Il segreto è vedere il bicchiere mezzo pieno: «Io, per esempio, sognavo di giocare a calcio ad alti livelli. Sono riuscito a farlo con le stampelle, a livello amatoriale. E ho rappresentato con orgoglio l’Italia ai campionati del mondo. Lottando insieme ai compagni con la solita grinta: uniti per l’Italia e la maglia azzurra». Einstein diceva che nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità: qui, le opportunità hanno divorato la difficoltà, unica e meravigliosamente «invisibile».

sprintrimini7In piscina, Gianni indossa la tenuta della Nazionale di paratriathlon. Quando va in bici, il giallo e il nero della Cicli Scotto. L’idea, ora, è quella dell’aiuto economico di qualche sponsor tutto ischitano: aiutare Gianni a vivere il sogno paralimpico dev’essere una sfida alla quale può prender parte tutta l’isola. Da oggi, da domani. «Il cammino è lungo, certo. Nella mia settimana tipo, svolgo indicativamente quindici allenamenti: cinque per disciplina. Non mi fermo un attimo, non posso permettermelo. Il Natale a Ischia, questo sì: con i miei genitori, con gli amici di sempre. Mio fratello ormai è trapiantato in America, è uno chef di successo. Credo che noi italiani del Sud abbiamo un valore aggiunto, che ci dà la molla per realizzarci nonostante le difficoltà di un territorio complesso, nel quale non è semplice emergere».

Il Brasile di Gianni è un obiettivo lontano eppure vicinissimo («Un anno fa non avevo speranze, oggi il 25%, domani chissà»), ma mai come in questo caso il viaggio è talmente meraviglioso e significativo da distogliere l’attenzione dalla meta, almeno per ora.