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Scritto on 9 Lug 2016 in In evidenza, Triathlon | 0 commenti

Rio2016 – Un sogno ma non sono un eroe

Rio2016 – Un sogno ma non sono un eroe

Articolo di Pasquale Raicaldo su Repubblica Napoli.

Sasso vola alle Paralimpiadi di Rio: “Un sogno, ma non sono un eroe”

Senza una gamba dopo un incidente. Nuoto, corsa e bici: nel Paratriathlon l’atleta campano continua a stupire.

Ci sono telefonate che ti cambiano la vita. O che coronano un sogno. “Aspettavo quella notizia, certo. Ma fino all’ufficialità, le Paralimpiadi erano qualcosa di indefinito all’orizzonte per cui combattere, allenarmi, migliorarmi”. La telefonata è arrivata, poi. “Un’emozione indescrivibile”, racconta. “E’ solo allora che ti guardi indietro e scopri di aver realizzato qualcosa di importante”.

Lui è Gianni Sasso, classe 1969. Andrà a Rio de Janeiro perché ha voluto superare i limiti, riuscendoci. Disciplina paratriathlon: 750 metri di nuoto, 20 chilometri di bici, cinque di corsa. Segni particolari: non ha una gamba.

piscina_verticale31 marzo 1986, per le vie della sua Ischia si scorazza spensierati, il lungomare è liberta e spensieratezza: lui, Gianni, viaggiava sulla vespa guidata da un amico. Si parlava di ragazze e di sogni. Un’auto (“Una Fiat Uno, lo ricordo come fosse ieri”) invase la sua corsia. Tremendo, l’impatto: “Mi guardai intorno e vidi l’arto, sul suolo. Non ho mai dato un volto all’uomo che ha cambiato la mia vita: fuggì via, lo rintracciarono i carabinieri. Io ero già in ospedale. Vendetta? No. Sono contento così”.

Perché nella particolare “Sliding doors” di Gianni, è da allora che è nata una seconda vita. Felice. “Non sono un eroe e non ho superato i limiti: ho provato a comportarmi come se non esistessero”, racconta.

Calcio (ha giocato per anni con le stampelle, naturale estensione del suo corpo con disabilità, divenendo una colonna della Nazionale di calcio per amputati), maratone (sorprendenti risultati a New York, Berlino e Amsterdam), poi la scoperta del Triathlon: lo sport è diventato il compagno di viaggio di una vita intensa.

E quell’idea, balenata negli ultimi due anni, di puntare al Brasile. “Merito di chi ha creduto in me, a cominciare da Simone Biava, direttore tecnico della Fitri (sua la telefonata a lungo attesa, n.d.r.) e dei tanti che, anche attraverso i social, mi hanno incoraggiato. Andrò a Rio rappresentando la mia isola, Ischia, e dedico questo traguardo ai miei genitori”. L’orgoglio di papà Ciro e mamma Angelina: i figli, si dice da queste parti, so’ piezze ‘e core. Quando gettano il cuore oltre l’ostacolo, ancora di più.

Protesi alla Pistorius (“Mi sono dovuto abituare, non è stato facile”), quartier generale a Livigno, un calendario che – da ieri – diventa fittissimo: Mondiali di paratriathlon a Rotterdam, poi qualche giorno a Ischia, quindi – a fine agosto – il saluto del presidente della Repubblica al Quirinale. Quindi, il volo per Rio, dove dal 7 al 18 settembre si affronteranno nelle 23 discipline paralimpiche 4.300 atleti provenienti da 176 paesi del mondo. Lo sport come integrazione. Un messaggio forte al mondo perché – spiega Gianni – “i limiti alle volte sono solo nella testa”.

sasso_micheleNel paratriatlon, Gianni sarà in compagnia di altri nove atleti di tutto il mondo, tra cui il campione del mondo, l’italiano Ferrarin. “Io ho un handicap più forte – spiega – perché non ho quasi il moncone. Vorrà dire che dovrò impegnarmi di più”. Come agli Europei di Lisbona, lo scorso maggio: sesto all’arrivo, a tre minuti dal podio: “Una medaglia? E’ già un sogno andare a Rio. Ma se pensate che non ce la metterò tutta, siete fuori strada”. Questa è una storia di passione e tenacia (“Mai buttarsi giù, anche quando vedi tutto nero”), di amicizia (“il ciclista Michele Scotto D’Abusco, con Emmanuel, è stato decisivo in questi ultimi anni”). Ma questa è soprattutto una storia di sport. “Perché non voglio sentirmi un’icona, ma solo un atleta che vuole migliorarsi. In fondo, a me manca soltanto una gamba. Ho relativizzato il mio problema: è poca roba, di fronte  a disabilità ancor più gravi. Ma non credo che gli handicap ci impediscano di raggiungere mete ed obiettivi: piuttosto, ci impongono di trovare strade alternative”.

Lui ha trovato quella per Rio de Janeiro. E non vuole smettere di correre, per nulla al mondo.