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Scritto on 20 Set 2016 in In evidenza, Triathlon | 0 commenti

Sasso: vi racconto la mia Olimpiade

Sasso: vi racconto la mia Olimpiade

di Isabella Puca

Da atleta a simbolo di lotta contro le barriere architettoniche; il viaggio verso Rio, l’amicizia con gli altri grandi atleti e un unico rammarico «forse con il nuoto o la bici avrei potuto vincere qualche medaglia»

Seduti a un tavolino di un bar nel pieno centro di Forio  in tantissimi si fermano per stringere la mano a Gianni Sasso. “Grande Gianni!”, gli grida qualcuno dal finestrino aperto di un’auto in corsa. È trascorsa appena una settimana da quell’incredibile sogno a cinque cerchi che ancora non è chiara a Gianni, l’impresa appena compiuta. «Ho dormito un bel po’ di ore stanotte – ci dice – e ora non voglio fare altro che tornare a giocare a calcio con i ragazzi». Il sogno olimpico di Gianni Sasso si è realizzato e con lui quello di un’intera isola che è riuscita a comprendere cosa significhi sognare e realizzare l’impossibile. Allenarsi, tenere duro, allontanare i tanti momenti di sconforto per raggiungere l’obiettivo. Arrivarci, dare il meglio di sé e restare umile, affezionato alla propria isola portata in alto insieme a quel nono posto che per noi vale davvero oro. «Sull’aereo che da Roma ci ha portati a Rio ero contento, sereno, – ci racconta ripercorrendo le varie tappe del viaggio –  non sapevo cosa mi aspettava. Gli altri atleti che erano con me e che avevano già vissuto quell’esperienza, mi avevano descritto il fascino olimpico, diverso da qualsiasi altra competizione.  Per la gara già sapevo come sarebbe andata a finire, ci voleva un mezzo miracolo per cambiare le sorti. Non mi aspettavo altro, né potevo pretenderlo e lo sapevo già dopo la qualificazione». Gianni Sasso ha chiuso la sua Olimpiade con il triathlon  al 9° posto con il tempo di 1h19’17” , tenendo con il fiato sospeso tutta l’isola che da casa guardava la gara trasmessa da Copacabana. «Già a Fiumicino il personale dell’Alitalia ci ha fatto una grande accoglienza, sull’aereo eravamo davvero sereni, ci dicevano: “l’avete fatta grossa stavolta, non è un mondiale!” Ecco, lì inizi a capire cosa ti è successo. Sull’aereo c’erano gli altri atleti del Triathlon, le ragazze del fioretto e due o tre ciclisti. Con noi c’era anche Pancalli, che per me è la massima espressione dello sport paralimpico, un sportivo che sa usare la politica nel mondo dello sport; ha cercato di presenziare a tutte le gare, anche la nostra che è la più lunga con la sua ora e quindici».  traguardo_olimpiadi
Atterrati a Rio, per decisione della Ferderazione Italiana Triathlon, Gianni e gli altri atleti hanno alloggiato a 100 metri dal luogo della gara per poi essere trasferiti nel villaggio olimpico insieme a tutti gli altri, «siamo sbarcati alle 5 di mattina, l’impatto con la periferia di Rio è stato davvero devastante. Cattivo odore, una città disordinata, sporca, e dall’altra parte un paesaggio che non finiva mai illuminato dalle prime luci dell’alba. Alle 16:00 eravamo già in piscina per scioglierci e  Copacabana, invece, è così come la vedi in cartolina, un colpo d’occhio notevole, davvero bella».
Per i primi cinque giorni prima della gara un allenamento di avvicinamento che non ha aumentato il grado di tensione di Gianni che, prima della cerimonia inaugurale, era davvero tranquillo, «durante il breafing ci hanno detto che eravamo i primi 10 atleti nella storia ad andare alle Paralimpiadi nella categoria triathlon. Lì ho iniziato a capire che i colori erano quelli dei 5 cerchi e durante la prova percorso in bici, quando ho sentito Luis urlare “siamo a Rio”, ho iniziato a emozionarmi tantissimo. Eravamo alle Olimpiadi e io ero là e rappresentavo l’isola d’Ischia». L’orgoglio dovuto all’essere ischitano, a Gianni, lo si legge negli occhi sia adesso che prima di Rio, quando stringeva tra le mani un cartello con su scritto “Ischia nel cuore”. «La sera prima della gara mi sentivo tranquillo, rilassato e contento di essere là. Riuscivo addirittura a scattare foto e a mandarle agli amici. Durante l’inaugurazione però sono scoppiato dall’emozione. Con tutti gli atleti eravamo lì per rappresentare l’Italia. Non lo ricordo quel mezzo giro di pista, non ci ho capito nulla, mi giravo intorno e vedevo solo luci. Il Maracanà sembra un teatro più che un campo di calcio. Lì ho capito cosa mi aspettava: atleti con le palle!». Il nostro Gianni insieme con Alex Zanardi, Bebe Vio, Martina Caironi, e tutti gli altri non sono solo atleti paralimpici, sono oggi molto di più, esempi di forza, determinazione e di quel capolavoro che può essere la vita quando non ci si arrende nemmeno dinanzi a quegli ostacoli che sembrano davvero insormontabili. «Bebe mi ha colpito tantissimo. Non avere due gambe e due braccia e vincere l’oro… è  una ragazzina bellissima. Già la conoscevo, ma vederla da vicino e sentire quell’urlo quando ha vinto, è stato fantastico. É un’atleta, ma anche una donna che è riuscita a uscire a testa alta dinanzi a questo tipo di disabilità con una  forza di reazione davvero molto forte. E poi, mi ha colpito Zanardi; il giorno prima della gara sentivo che aveva un po’ paura, ma gli si leggeva negli occhi che se la voleva giocare e ha vinto l’oro. Ha dominato tutti gli altri, anche più giovani di lui, si è rimesso in gioco e ha vinto l’oro a 50 anni».

E poi la gara, lo sforzo fisico enorme, quella voglia di vincere, di farcela, di arrivare al traguardo e tagliarlo entrando così nella storia dello sport mondiale, «la prima cosa che ho pensato? Che almeno non ero decimo! L’australiano mi aveva sempre battuto! Dopo la bici avevo dato stacchi importantissimi, stavo a 1:30 da Ferrarini,  ma correvano in una maniera incredibile. Una volta raggiunto il traguardo però ero contentissimo, ho alzato le mani al cielo perché, avevo completato un’olimpiade, indossavo la maglia dell’Italia e non ero stato squalificato. Il giorno dopo ero però nervoso, la sera a Casa Italia iniziava a ronzarmi qualcosa nel cervello, pensavo che forse avevo perso un’occasione. Nella mia categoria gareggiavano atleti che avevano tutte e due le gambe e correre con un moncone di 6cm è diverso. Forse con il nuoto o la bici avrei potuto vincere qualche medaglia». Parte della grinta Gianni l’ha attinta dai tanti che da Ischia gli hanno fatto sentire, fino all’ultimo, tutto l’incoraggiamento e l’entusiasmo possibile, «da Rio leggevo tutto quello che mi scrivevano ed erano davvero tantissimi messaggi. Grazie a un amico, che ha gestito la parte della comunicazione, sono riuscito ad avere più like di Alessandro Fabian, roba da capogiro tanto che anche quelli della federazione si sono sorpresi. Da quella pagina facebook ho preso tutta la spinta e l’entusiasmo dell’isola». La festa degli ischitani è esplosa al suo ritorno a Ischia, con fumogeni colorati, tanti amici e la  banda musicale ad attenderlo sul porto insieme alla sua famiglia e ai  suoi genitori, «da me hanno ricevuto meno di quello che si aspettavano però l’ho sempre detto, sono contento di quello che sto facendo e vederli contenti per quello che ho fatto a livello sportivo anche se mi sembra sempre poco, mi fa piacere. Quando ho visto che a casa mia cugina aveva stampato la foto dell’inaugurazione sono rimasto contento di aver regalato loro qualche sorriso».

Dopo l’Olimpiade sentiremo ancora parlare di Gianni Sasso, ma questa volta per dar voce a chi, purtroppo, qui sull’isola, voce non ne ha. La nostra non è un’isola per disabili, eppure abbiamo un atleta paralimpico che ha saputo farsi onore alle Olimpiadi di Rio; questo contribuirà a fare rumore affinché le cose cambino davvero e in positivo. «Nei prossimi giorni sarò ospite in varie scuole dell’isola e incontrerò alcune associazioni sportive. Per ora ho voglia di andare a correre e in bici, ma senza alcun impegno mentale, tra due settimane poi parteciperò al campionato italiano di triathlon, un congedo di tutti gli olimpionici con una festa a Riccione. Lo farò con le stampelle, così come ho iniziato voglio finire». Di quest’avventura alle Olimpadi di Rio resta quel 203 disegnato sul braccio che ancora non va via così come le strette di mano, belle forti, sincere, degli isolani che continuano ad avvicinarsi a Gianni mentre andiamo via. “Posso salutarti campione? – Gli dice ancora qualcuno – ci hai resi tutti orgogliosi”.

Fonte: www.ilgolfo24.it